ARCHIVIO RASSEGNE
08 Dicembre 2017

Con l’amianto giocavamo a palle di neve

La Nuova Venezia
Venerdì 8.12.17
<<Con l’amianto giocavamo a palle di neve>>
Pierluigi Casadoro ricorda i tre fratelli morti di malattia con cui lavorava al porto. L’Ente condannato a pagare gli eredi di Giampaolo
<<E pensare che con l’amianto ci divertivamo. Con la polvere facevamo le palle, come con la neve. Capitava che durante il lavoro ti arrivasse per scherzo una palla di amianto addosso da un collega. E noi eravamo in pantaloncini e maglietta.>> Pierluigi Casadoro, 64 anni, per trenta ha lavorato come scaricatore alla Compagnia Lavoratori Portuali. È l’unico sopravvissuto di una famiglia originaria di Cannaregio che è stata distrutta dall’amianto.
Il primo fratello a morire è stato Antonio, che viveva a Campalto. Era il 1999, aveva 53 anni. Se n’è andato per un tumore al polmone. Essendo stato un fumatore e non essendo il cancro al polmone una patologia strettamente connessa alle fibre di amianto, non è stato possibile al momento dimostrare l’origine della malattia collegata alla professione. Ma la famiglia è convinta che il legame ci sia, eccome.
Stefano invece aveva appena iniziato a godersi la pensione nella sua casa di Campalto quando aveva scoperto il mesotelioma, la tipica forma tumorale legata all’amianto, dopo una vita da scaricatore al Porto. È morto nel 2003 a 57 anni. E poi Giampaolo, che abitava a Mogliano e se n’è andato a febbraio dello scorso anno a 72 anni, dopo che dal 1964 al 1987 aveva lavorato alle dipendenze del Provveditorato al Porto come magazziniere e conducente di muletti elevatori. Per gli eredi di Giampaolo, rappresentati dall’avvocato mestrino Enrico Cornelio, è arrivato nei giorni scorsi il riconoscimento dei danni sancito dalla giudice del lavoro Margherita Bortolaso: 250mila euro che dovrà pagare l’Autorità Portuale, nel frattempo subentrata al Provveditorato al Porto. La stessa trafila giudiziaria seguito a suo tempo dai familiari di Stefano: 600mila euro il risarcimento stabilito dal giudice del lavoro che aveva riconosciuto la responsabilità professionale del Porto nella malattia professionale che aveva portato lo scaricatore alla morte. Un palliativo, quello del risarcimento economico, di fronte allo stillicidio per la perdita, uno dopo l’altro, dei componenti della famiglia.
Anche Pierluigi Casadoro ha lavorato a lungo al Porto e ora è l’unico che può raccontare le procedure che nel tempo hanno portato a numerosissimi decessi tra chi si era dedicato anima e corpo allo scarico delle navi. Sicurezza era una parola che non esisteva nel vocabolario dei lavoratori portuali. Il nonno e uno zio lavoravano in Porto e per noi era stata la scelta naturale. Siamo stati assunti tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta. Ci si metteva a fianco dei più vecchi e si imparava. Arrivavano di media due navi al mese cariche di amianto, provenienti dal Cile. Impiegavamo 5-6 giorni per scaricarne una completamente, racconta Pierluigi. <<L’amianto era in sacchi di juta. Sicurezza? Nessuna. Le mascherine di carta, quelle che si trovano anche al supermercato, sono arrivate solo negli anni Ottanta, seguite dai respiratori con la spugna all’interno. Nulla a che vedere con chi oggi lavora l’eternit e si muove usando scafandri e altri dispositivi. Quel che è incredibile è che trattavamo tutte le merci allo stesso modo, che fosse amianto, semi di lino o quant’altro.>> I dirigenti del Porto? <<Menefreghisti totali, ci hanno mandato per anni allo sbaraglio. E oggi la media dei colleghi morti è di due al mese>>, continua Casadoro che, a suo modo, è un sopravvissuto e nella sua battaglia si è appoggiato alla Fondazione Mai Più per l’assistenza medico legale e allo Studio legale Cornelio di Mestre. <<Non rimpiango il mio lavoro che mi ha permesso di vivere dignitosamente. Ma non posso dire che la mia oggi sia una vita tranquilla: tre fratelli morti, oltre agli amici e colleghi. È la mia spada di Damocle. Sono entrato in un programma di controlli dello Spisal. Ogni due anni mi sottopongo alla Tac. Mi hanno trovato un ispessimento pleurico ma lo vivo bene. Il pensiero però è sempre là: quando il tumore si scatena, è letale. Ti dà da vivere solo sei mesi.>>