ARCHIVIO RASSEGNE
27 Giugno 2017

Croupier licenziato e reintegrato Aveva accettato 1500 euro da un giocatore. “Doveva aiutare la moglie malata”. La nuova Venezia

 
Un croupier del Casinò è stato licenziato in tronco per giusta causa – a marzo – perché accettava prestiti dai clienti della casa da gioco.
Comprensibile.
Non fosse che quei soldi (fino a un massimo di 1500 euro, prestati da un cliente cinese) li prendeva perché gli servivano per assistere la moglie gravemente malata, senza venire meno ai suoi doveri: di questo si è convinta la giudice per il lavoro Paola Ferretti Paola Ferretti, che ha annullato il licenziamento, ordinando al Casinò di Venezia di reintegrare immediatamente in servizio il croupier – difeso dall’avv. Enrico Cornelio – pagandogli gli arretrati.
Il dipendente doveva valutare la posizione dei singoli clienti e decidere quale fido assicurare loro, in cambio di assegni.
Un lavoro – ha sottolineato la Casa da gioco – che richiede “un contegno integerrimo e imparziale, da realizzarsi intrattenendo con la clientela rapporti di carattere eminentemente professionale”.
Così, quando ci si era accorti che “aveva intrattenuto relazioni di natura personale con taluni clienti, contraendo con gli stessi dei debiti”, per la Casa da gioco il dipendente aveva “palesemente minato il carattere di imparzialità che le mansioni gli imponevano, rischiando di falsare il rapporto con la clientela”.
Così era scattato il licenziamento: ora annullato.
L’uomo aveva preso del denaro in prestito, spiegando di essere in difficoltà “per necessità legate alla grave malattia della moglie e per errati investimenti”.
Per la giudice del lavoro Ferretti – che ha accolto il ricorso dell’avvocato Cornelio – non c’è motivo di licenziarlo: “La condotta materiale, oltre ad essere dai contorni incerti, non è in sé fonte per la società datrice di lavoro né di lesione irreparabile del vincolo fiduciario (non risultando che il ricorrente abbia disatteso gli obblighi connessi alla sua prestazione)”, scrive la giudice, “né pregiudizio economico. Ma neppure è fonte di danno per l’immagine, eventualmente riscontrabile ove fosse provato (ma non lo è) che il dipendente avesse esercitato pressioni o promesso qualcosa in cambio o favorito l’amico – cliente che gli aveva fatto il prestito”.
Inoltre, conclude la giudice, “le motivazioni personali e l’immediata ammissione del fatto, sono circostanze tali da escludere la consapevolezza e intenzionalità di danno”.