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08 Dicembre 2017

TRE FRATELLI FALCIDIATI DALL’ AMIANTO DEL PORTO

Corriere del Veneto 8.12.2017
 
TRE FRATELLI FALCIDIATI DALL’AMIANTO DEL PORTO
“E IO ORA HO PAURA”
Il “reduce”: non c’erano protezioni, vivo sotto controllo
Venezia Il primo fratello, Antonio, classe 1945, è morto ormai 18 anni fa, ad appena 53 anni. Nel 2003 è toccato a Stefano, che di anni ne aveva 57. Poi un anno e mezzo fa, il mesotelioma pleurico si è portato via in soli sei mesi anche il 76enne Giampaolo. E Pierluigi, l’unico sopravvissuto dei fratelli Casadoro, ciclicamente si sottopone a dei controlli da parte dello Spisal e vive con l’angoscia . “Anche a me hanno diagnosticato un ispessimento pleurico, non posso negare di avere un po’ di paura – spiega lui che oggi di anni ne ha 74 – D’altra parte ho visto spegnersi i miei fratelli e anche tanti colleghi a soli 55-60 anni”.
Una famiglia stroncata dall’amianto e da una tradizione di lavoro portuale nella Clp, iniziata con il nonno. “La responsabilità è dell’Autorità portuale e ora lo dicono anche le sentenze”, spiega l’avvocato Enrico Cornelio, che ha seguito le vicende di Stefano e Giampaolo Casadoro. Per il primo c’è già stata una sentenza che ha riconosciuto oltre 600 mila euro a moglie e tre figli. Per i famigliari di Giampaolo, che era sposato e con due figli, proprio mercoledì il Tribunale del lavoro ha stabilito un risarcimento di 250 mila euro, solo per il danno della malattia mentre era in vita. “Ora partiremo anche con la causa civile per i danni provocati dalla morte – preannuncia l’avvocato Cornelio – Non è stato facile ottenere questo risultato, perché la tesi della controparte era che quel tipo di tumore potesse essere stato causato anche da altri fattori. Abbiamo dovuto portare delle analisi sofisticate che dimostravano che aveva i polmoni pieni di amianto”. Anche la famiglia di Antonio, che aveva avuto un tumore polmonare, non aveva ottenuto niente perché era un accanito fumatore.
“Prima degli anni Ottanta non c’erano le macchine, si faceva quasi tutto a mano – racconta Pierluigi Casadoro, tornando a quegli anni – arrivavano una media di due navi al mese cariche di amianto in sacchi di juta e noi li scaricavamo. Spesso le imbragature si rompevano, l’amianto cadeva per terra e noi lo raccoglievamo con la scopa o il badile”, Di mascherine si cominciò a parlare solo negli anni Ottanta (“ma erano di carta, non servivano a niente”), a loro però nessuno ha mai detto niente sulla pericolosità di quella sostanza. “eravamo inconsapevoli – ricorda – In estate, in pantaloni corti, a volte giocavamo a tirarci dietro l’amianto caduto a terra come se fossero palle di neve”. Ora sostiene un’associazione che si chiama “Mai più” per dare aiuto a chi vive questa tragedia. “Solo qualche anno dopo il Porto è intervenuto, accettando solo pallet sigillati – conclude il legale – avrebbe dovuto farlo prima”.
A.Zo.