ARCHIVIO RASSEGNE
10 Novembre 2010

Figlia non riconosciuta: padre condannato.

Il Gazzettino 10.11.10

JESOLO
L’incredibile vicenda di una donna di 51 anni che si vede riconosciuta come figlia di un albergatore
Padre “per sentenza” dopo mezzo secolo
Ritrova il padre all’età di 51 anni, ma solo grazie a una sentenza del Tribunale, che ha condannato l’uomo a versarle 130mila euro a titolo di risarcimento per le mancate cure di mantenimento e per averle fatto passare un’infanzia e una giovinezza tra gli stenti e priva di una figura forte di riferimento.
Questa storia strappalacrime, che sarebbe degna di un capitolo del libro Cuore, si è svolta a Jesolo e nei suoi dintorni tra il 1958 e venerdì 5 novembre, data del riconoscimento giudiziale della paternità (grazie al test del Dna) per il settantacinquenne I.B., di professione albergatore.
Una storia che ricostruisce bene anche i pregiudizi di carattere sociale nel Veneto del boom economico.
Tutto è cominciato nel 1958, quando in una Jesolo in espansione ci fu una relazione sessuale tra l’uomo, allora ventitreenne, e una delle cameriere dell’azienda di famiglia, di un anno più giovane. Secondo i fatti raccontati nell’atto di citazione, redatto dall’avvocato Enrico Cornelio di Venezia, non appena la donna rese nota la sua gravidanza, questa fu cacciata dall’albergo perché il padre del giovane dongiovanni non voleva che “donne di servizio di casa sposassero il figlio”.
Il figlio invece si sposò qualche mese più tardi con un’altra e la donna (incinta di 8 mesi), per evitare che la sua presenza in chiesa potesse “dare scandalo” in paese, fu tenuta fuori dalla polizia.
Più volte nel corso della sua vita, ella cercò di ottenere il riconoscimento della figlia, ma senza esito. Così, senza alcun aiuto economico, la bambina visse la sua infanzia in una casa colonica priva perfino dei servizi igienici, di proprietà di parenti, mentre la madre si arrangiava tra lavori saltuari. La sua vita andò avanti in questo modo fino alla seconda media, quando i parenti dovettero affidarla ad un istituto di suore di Treviso, dove pare fu “reclusa” in collegio fino al termine degli studi.
Giunta al traguardo dei 50 anni, la donna ha deciso di rivolgersi al tribunale per avere giustizia, chiedendo il test del Dna, che ha incastrato il padre naturale, costringendolo a risarcirle in denaro una parte dei dolori patiti nell’infanzia e nell’adolescenza. La madre è stata il primo tra i testimoni sentiti dal giudice.
La sentenza, pur immediatamente esecutiva, non ha soddisfatto la donna, che infatti intende impugnare il provvedimento chiedendo un aggravamento della condanna.

LE PROVE PRODOTTE AL PROCESSO
Decisivo l’accertamento mediante l’esame del Dna
JESOLO – “Mater semper certa est, pater numquam”. La madre è sempre certa, il padre mai, dicevano gli antichi giuristi romani. Oggi, però, grazie ai progressi nella tecnologia e nella genetica, questo antico detto ha perduto di significato. Attraverso la prova del Dna è possibile stabilire inequivocabilmente il legame. Così come questo, di riconoscimento tardivo della paternità, avvengono spesso a molti anni e spesso decenni di distanza dall’evento che ha “provocato” il rapporto parentale.
«Questo perché – spiega l’avvocato Enrico Cornelio – la prescrizione decennale, ossia la perdita di efficacia di un diritto, comincia a decorrere solo dal momento in cui passa in giudicato la sentenza che accerta la paternità naturale e quindi molto spesso si tratta di azione che vengono promosse da persone non più giovanissime».