ARCHIVIO RASSEGNE
13 Aprile 2021

La Nuova Venezia Morta sola in casa di riposo

Causa civile milionaria
Gli avvocati della famiglia di una 93enne citano per danni l’Ulss 3 Serenissima e gli “Anni Sereni” di Scorzè: «una fine orribile, lontano dai propri cari»
Una causa civile milionaria per la morte di una signora 93enne, colpita da un ictus e poi dal Covid. L’hanno avviata al Tribunale di Venezia gli avvocati Enrico e Livia Cornelio per conto dei figli e nipoti di Alida Giacomuzzi, citando per danni sa l’Ulss 3 Serenissima sia la casa di riposo Anni Sereni di Scorzè. Una causa civile pilota, che non passa per la denuncia alla Procura penale, come hanno scelto di fare altre famiglie, con il pm Gasparini che ha avviato un’indagine sull’epidemia di Covid nelle Rsa - per individuare eventuali responsabilità nella gestione della pandemia - che al momento non ha però portato né a indagati né ad accuse alle strutture.
«Non saranno le Procure a dare il giusto risarcimento agli eredi, non ci si deve mettere l’anima in pace pensando che erano persone anziane e che quindi il loro destino era morire», commenta l’avvocato Enrico Cornelio, presentando la causa, «ma pensare che sono morti tutti soli, spaventati, senza alcuna spiegazione su cosa stava loro accadendo e percependo solo il progressivo soffocamento procurato dal Covid».
C’è da dire che, in questa fase, parla la famiglia, che l’Uls fa sapere che tutelerà le sue ragioni e la casa di riposo - al momento - non replica.
«La signora è stata ricoverata a febbraio 2020 per un semplice “sangue dal naso” all’ospedale di Mirano», prosegue il legale, «per poi essere fagocitata da un destino implacabile, che in primo luogo l’ha resa vittima di una trombosi cerebrale per mancata somministrazione tempestiva di eparina, quindi l’ha vista entrare ad agosto per una riabilitazione nella casa di riposo Anni Sereni, dove a fine settembre è stata privata di qualsiasi contatto con i propri cari, facendo poi una morte orribile, gradatamente soffocata dall’insufficienza polmonare da Covid. Nessuno nella casa di riposo, prima che si infettasse - primo tampone positivo, il 5 dicembre - ha avvertito del rischio che stava correndo. La signora non è morta per l’epidemia, ma perché gli anziani non sono stati tempestivamente informati dell’opportunità di tornarsene a casa». La tesi della famiglia è che se le condizioni di igiene anti Covid non potevano essere garantite, i medici delle case di riposo convenzionati con le Uls avrebbero dovuto avvertire le famiglie: «I miei clienti avevano fatto di tutto per portarla via, ma non potendo costringere la casa di riposo a dimetterla, non hanno avuto collaborazione per trasferirla. La casa di riposo ha minimizzato l’emergenza, limitandosi a isolare i pazienti dai familiari e non l’ambiente interno».
Sin qui le accuse della famiglia. La direzione di Anni Sereni, in questa fase, preferisce non rispondere. L’Uls 3, da parte sua, «valuta, a partire dall’esposto, ogni azione nelle opportune sede di giudizio per la piena e corretta valutazione del proprio operato».