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27 Luglio 2019

La vedova dell’operaio avrà la pensione

Il Gazzettino di Venezia 27.07.2019

LA SENTENZA
VENEZIA Alla vedova di chi è morto per colpa altrui, come nel caso di infortuni sul lavoro o malattie professionali, spetta non soltanto il risarcimento dei danni morali, ma anche il pregiudizio derivato dalla perdita del beneficio economico conseguente alla scomparsa del proprio caro, ovvero della pensione o dello stipendio non più percepito.
Lo ha stabilito la terza sezione civile della Corte di Cassazione annullando con rinvio una sentenza della Corte d’Appello di Venezia, relativa al decesso di un operaio del Porto di Venezia, morto per un tumore correlato all’esposizione da amianto. In quella sentenza i giudici lagunari hanno liquidato il danno morale alla vedova e agli altri familiari della vittima, rigettando invece la richiesta presentata dall’avvocato Enrico Cornelio in relazione all’altro profilo di danno: la Corte di Venezia ha motivato il rigetto sostenendo che la vedova percepisce già la pensione di reversibilità e dunque non può rivendicare un risarcimento per gli anni di pensione di cui il marito non ha potuto usufruire a causa della prematura scomparsa.
     
DECESSO PER ESPOSIZIONE DI AMIANTO AL PORTO: LA SUPREMA CORTE RIBALTA LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO
      
LA DECISIONE       
La Suprema Corte, però, è stata di diverso avviso: accogliendo i rilievi della difesa, ha evidenziato come la pensione di reversibilità sia di diversa natura e venga garantita alla vedova grazie ai contributi versati dal lavoratore durante gli anni di attività. Si tratta, cioè, di una specifica assicurazione a favore del lavoratore, e non vi è alcuna ragione in base alla quale il datore di lavoro, responsabile della malattia e dunque del decesso del proprio dipendente, possa avvalersi di quei contributi al fine di ridurre la propria responsabilità patrimoniale.
NUOVO PROCESSO D’APPELLO
La Corte d’Appello di Venezia dovrà ora riprendere in esame la questione e quantificare il risarcimento dovuto alla vedova per gli anni in cui, se il marito non si fosse ammalato, avrebbe potuto continuare a percepire la pensione, parte della quale utilizzata per i bisogni della famiglia (quota normalmente quantificata in una percentuale del 40 per cento del totale). L’avvocato Cornelio sostiene che tale somma ammonta complessivamente a più di 250 mila euro, considerato che l’operaio, deceduto all’età di 56 anni, aveva un’aspettativa di vita di ulteriori 25 anni. Alla vedova, dunque spetterebbero circa 900 euro al mese a titolo di risarcimento per la pensione non percepita dal marito a causa della morte. A titolo di danno morale alla donna è già stato accordato un risarcimento di 280 mila euro.; 200 mila euro alla figlia, nonché 60 mila euro al nipote e 50 mila euro a ciascuno dei fratelli.
Gianluca Amadori