ARCHIVIO RASSEGNE
23 Dicembre 2013

Malasanità. Un 75enne doveva operarsi una semplice ernia, ma ha contratto una letale setticemia per le piaghe da decubito

MORTO PER L’INFEZIONE IN OSPEDALE, FAMIGLIA RISARCITA
VENEZIA – Era entrato in ospedale per operarsi una banale ernia inguinale. Lo aveva fatto con le sue gambe, da solo, senza l’aiuto di nessuno. Eppure, quando era stato dimesso, ne era uscito quasi paralitico, con piaghe alle gambe e al corpo. Piaghe da decubito che, poi, sono state la causa dell’infezione che l’ha portato alla morte cinque mesi dopo l’intervento. La famiglia non aveva accettato questo esito drammatico come una semplice «fatalità» e, assistita dall’avvocato Enrico Cornelio, aveva fatto causa all’ospedale. Ora, il giudice civile di Venezia Manuela Bano, al termine di un processo durato anni tra perizie e controperizie, ha condannato l’Ulss 12 a risarcire la famiglia dell’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 75 anni, con 680 mila euro.
La vittima, fino all’estate del 2007, era in buona salute. Il 27 settembre di quell’anno era stato operato per ridurre un’ernia inguinale che gli dava fastidio e lo ostacolava nei movimenti di tutti i giorni. L’intervento pareva riuscito, ma da quel giorno l’anziano non era stato più lo stesso. Immobile, quasi paralizzato, riusciva a spostarsi a fatica e lamentava dolori lancinanti agli arti. Per il perito d’ufficio, la cosa era dovuta allo stato confusionale post operatorio dell’anziano, operato in anestesia locale epidurale. «Ma in ogni caso – dice Cornelio – l’ospedale non ha saputo dare un spiegazione, non solo dello stato confusionale, ma nemmeno della sostanziale incapacità di muovere gli arti inferiori». Incapacità che è causa della sindrome di allettamento, o setticemia da piaghe da decubito, patologia che affligge chi rimane a letto per un lungo tempo. In pochi mesi, dopo l’operazione, le piaghe si sono estese a tutto il corpo. L’uomo, poi, era stato mandato a casa prima che le piaghe fossero guarite, nella speranza che fosse il servizio di assistenza della famiglia a portare le cure mediche necessarie.
Ma secondo i parenti quelle cure dovevano essere una responsabilità del personale ospedaliero e il loro caro non andava dimesso. «Non avendo raggiunto il risultato, l’Ospedale non poteva delegare le proprie responsabilità ai familiari – continua Cornelio – non si può ammettere che ciascuno di noi sia condannato a morire tra sofferenze atroci perché i medici non si adattano all’idea che il paziente non guarito non va dimesso. Con adeguati provvedimenti, anche disciplinari nei confronti del personale infermieristico, sarebbe stato possibile guarirlo». Ovvero un medicazione frequente delle piaghe, una continua assistenza aiutandolo a girarsi nel letto in maniera da far si che le piaghe non si riformassero. «Basti pensare a Eluana Englaro: per 17 anni è stata degente immobilizzata in un letto di ospedale e non ha avuto alcun problema di sindrome da allettamento perché costantemente mobilizzata dal personale che la assisteva». Il giudice ha dato ragione alla famiglia e ora l’ospedale dovrà risarcirla con 680 mila euro: 23 mila alla moglie e 154 mila a ciascuno dei due figli, più altri 60 mila euro e le spese processuali. Assolto invece dalle accuse il Policlinico San Marco, dove l’uomo era stato portato per le cure successive: l’errore, ha stabilito il giudice, era stato commesso prima