ARCHIVIO RASSEGNE
23 Dicembre 2013

MORÌ PER L’AMIANTO: 800 MILA EURO

Il Gazzettino
L’avvocato Cornelio che difende i congiunti farà però ricorso chiedendo una somma maggiore
Giancarlo Vianello era stato assunto dalla Compagnia lavoratori portuali nel marzo del 1960 e aveva lavorato al Porto fino al 29 aprile 1988. E siccome faceva parte delle squadre che scaricavano i sacchi di polvere di amianto, Giancarlo Vianello aveva contratto il tumore. E di tumore è morto. Fin troppo facile dimostrare che il mesotelioma pleurico fosse riconducibile al suo lavoro di scaricatore di porto – si tratta di un tumore che è prodotto esclusivamente dall’amianto – il difficile è stato trovare i responsabili di questa morte. Perché chi carica le navi si è chiamato fuori, chi commercializzava la polvere di amianto pure. Alla fine è rimasto in campo solo l’Autorità Portuale di Venezia.
E l’avv. Enrico Cornelio per conto dei 4 figli e della vedova di Giancarlo Vianello è riuscito ad ottenere dal Porto un risarcimento complessivo di 800 mila euro. Nonostante la cifra sia alta, l’avv. Cornelio annuncia che farà ricorso perché il Tribunale di Venezia, che ha condannato l’Autorità Portuale a pagare la somma, ha basato i suoi conteggi su tabelle “sbagliate”. La Corte di Cassazione infatti ha consigliato a tutti i Tribunali di utilizzare le tabelle che usa il Tribunale di Milano, che porterebbero quasi al raddoppio dell’indennizzo per la famiglia Vianello.
Del resto, basta leggere i verbali del processo per arrivare alla conclusione che ha ragione Cornelio a chiedere che i risarcimenti siano proporzionati al fatto che nessuno, e fino agli anni ’80, si è mai preoccupato della salute dei lavoratori. Al Porto di Venezia infatti fino al 1980 i sacchi di polvere di amianto venivano scaricati dalle navi da lavoratori che non avevano la minima protezione e che non avevano nemmeno la più pallida idea che l’amianto – bastano poche fibre inalate – fosse altamente cancerogeno.
Eppure è dagli anni ’60 che si conosce la pericolosità dell’amianto. Racconta in aula un teste: «L’amianto era confezionato in sacchi di juta che venivano imbragati nella stiva e agganciati alla gru che li sollevava. Finché questa operazione veniva fatta in centro stiva non vi erano grossi problemi, quando però si dovevano scaricare i sacchi che si trovavano nei corridoi laterali, accadeva che nel tirare su la braga i sacchi si rompessero. A volte accadeva che i sacchi scoppiassero e l’amianto scendeva nella stiva. Dopo il 1980 i sacchi di amianto erano trasportati in containers i quali però, quando non erano trasferiti direttamente sui autotreni o sui vagoni, venivano depositati a terra e svuotati.» Insomma al Porto di Venezia per anni decine di lavoratori hanno lavorato a stretto contatto con la morte e le famiglie oggi si devono accontentare di qualche centinaio di migliaia di euro. Per questo l’avv. Cornelio ricorrerà in Appello.