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06 Giugno 2020

Operaio morì d’amianto. Risarcimento più alto.

La Nuova Venezia
 
Operaio morì d’amianto. Risarcimento più alto.
 
La pensione di reversibilità non può essere “scontata” dai danni patrimoniali dovuti a una vedova – o un vedovo – che ha visto il proprio congiunto morire a causa del loro lavoro.
Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Venezia, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Enrico Cornelio per conto di una signora e delle sue tre figlie, dopo la morte del marito e padre per mesotelioma pleurico: un altro lavoratore delle Ferrovie dello Stato morto per l’esposizione all’amianto.
In primo grado, il Tribunale aveva sì riconosciuto un risarcimento di 170mila euro a testa ai familiari (dopo aver liquidato all’uomo, prima della sua morte, 450mila euro di danni), ma – spiega l’avvocato Cornelio – “aveva negato alla vedova il danno da perdita economica dei benefici della convivenza, considerando che si avvantaggiava della pensione di reversibilità. Un punto cruciale sia per l’Inps sia per le rendite di reversibilità Inail. Ma le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che il danneggiante non può giovarsi del pagamento da parte dell’ente previdenziale per ridurre il proprio risarcimento, anche tenendo conto che la pensione di reversibilità deriva anche dai contributi pagati dal lavoratore”.
Ed è questa la sentenza che la Corte d’Appello di Venezia ha fatto riferimento, nel riconoscere alla famiglia – oltre al danno per la perdita del congiunto e anche per la depressione, certificata dal medico legale, che ha colpito la vedova – anche il risarcimento patrimoniale.
Aumentato, quindi, il risarcimento finale, rispetto a quanto decretato dal giudice in primo grado: la Corte d’Appello ha condannato Rete Ferroviaria Italiana Spa a versare 250 mila euro alla moglie dell’uomo (più 4 mila euro di spese funerarie) e 200 mila euro a ciascuna delle tre figlie.
Un risarcimento complessivo, di oltre 1,3 milioni di euro, quindi ed il riconoscimento alla pensione di reversibilità.
L’uomo aveva lavorato alle dipendenze delle Ferrovie dal 1966 al 1991, anni durante quali era stato esposto all’inalazione delle pericolosissime fibre di amianto, all’epoca utilizzate nella coibentazione dei vagoni.
L’azienda si era difesa sostenendo che l’esposizione non potesse essere riconducibile alle Ferrovie, dal momento che l’uomo aveva lavorato precedentemente anche in cantieri navali. Diverso avviso i giudici.