ARCHIVIO RASSEGNE
03 Ottobre 2019

Per 35 anni tra i tubi d’amianto. Risarcimento di 850 mila euro. La Nuova Venezia

Per 35 anni ha lavorato come operaio manutentore al Petrolchimico di Marghera. A contatto, come tanti altri suoi colleghi, con le fibre di amianto. E ora dopo la morte, avvenuta nel gennaio del 2016, quando l’ex operaio aveva 80 anni – accertato il decesso per l’esposizione alle fibre – la famiglia, difesa dall’avvocato Enrico Cornelio, è stata risarcita con 850 mila euro. L’uomo ha lavorato al Petrolchimico dal 1955 al 1989 in diverse società confluite in Edison Spa come operaio manutentore, con l’esclusione degli ultimi due anni, quando ha svolto funzioni da impiegato. Manutentore meccanico, di officina e di impianti lavorando in ambienti dove “l’amianto era ovunque”, come emerso da diversi testi portati dal legale della famiglia nella causa al tribunale del lavoro che si è conclusa nel marzo dello scorso anno con un riconoscimento del risarcimento di 150 mila euro. Il tribunale aveva riconosciuto che la società avrebbe dovuto intervenire per proteggere i lavoratori dall’esposizione all’amianto perché già dal 1943 il legislatore, si legge in un passaggio della sentenza, aveva riconosciuto la nocività dell’esposizione all’amianto, e gli studi degli anni successivi avevano spiegato a quali rischi andavano incontro i lavoratori. “La disciplina in questione, si legge nella sentenza, “anche ad avviso della Corte di Cassazione consente di ritenere che anche negli anni ’60 e ’70 era ben nota la intrinseca pericolosità delle fibre dell’amianto impiegato nelle lavorazioni”. Dopo il pronunciamento del tribunale del lavoro, recentemente si è espresso anche il tribunale civile quantificando in circa 700 mila euro il risarcimento nei confronti dei familiari. “Con la precedente sentenza era stato liquidato il danno da malattia del defunto”, commenta l’avvocato Cornelio, “mentre l’attuale liquida il danno per la perdita parentale dei vari congiunti. Interessante è anche il principio affermato anche se non ben applicato nei calcoli, per cui ci riserviamo l’appello, che alla vedova, ancorché titolare di trattamento di reversibilità, vada riconosciuto il risarcimento economico per la perdita della convivenza. Salvo tale punto la sentenza mi pare ben motivata”.
Francesco Furlan