ARCHIVIO RASSEGNE
29 Maggio 2009

Risarcita la morte d'amianto.

La Nuova Venezia
Venerdì 29 maggio 2009

Ucciso dall’amianto, 330 mila euro agli eredi.

"330 mila euro di risarcimento morale alla moglie e alle due figlie di un ferroviere ucciso nel 1999 da un mesotelioma – a 68 anni – per aver inalato amianto per un’intera vita professionale, riparando treni.
A tanto la giudice civile Roberta Marchiori ha condannato Rete Ferroviaria Italiana (già Ferrovie dello Stato), accogliendo le richieste avanzate dall’avvocato Enrico Cornelio per conto della famiglia, alla quale – nel 2005 – il giudice del lavoro aveva liquidato altri 200 mila euro per la malattia terminale. Ora il Tribunale ha riconosciuto i danni morali, in quanto si legge in sentenza - «il datore di lavoro non solo non ha fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma nemmeno il minimo indispensabile per ridurre il rischio e l’esposizione, con cappe espiratorie, tute e mascherine per inalare meno fibre possibili». «Nell’articolata istruttoria avanti il giudice del lavoro», osserva la giudice Marchiori, «è risultato provato che il D.G. ha contratto la patologia da cui è derivato il decesso, in conseguenza della pluriennale esposizione professionale alle polveri di amianto presso la società Rfi, ove ha lavorato dal 1954 al 1985 con mansioni di operaio (in qualità di fabbro forgiatore) poi con funzioni impiegatizie». La fucina di neppure 50 metri quadrati all’interno della quale lavorava, era completamente coperta di eternit con controsoffitto in amianto e amiantite per l’isolamento termico: le vibrazioni del maglio hanno disperso per anni le polveri di amianto ovunque, venendo respirate dagli operai. Nessuno aveva mai informato i lavoratori delle ferrovie sulla nocività dell’amianto», osserva la giudice della sentenza.
Per sostenere la sua condanna – che contrasta con le conclusioni del consulente tecnico, per il quale non c’è dubbio che il fabbro sia stato ucciso dall’amianto, ma le Ferrovie non ne avrebbero la responsabilità – la giudice ricorda che l’articolo 2087 del codice civile «fonda la responsabilità contrattuale del datore di lavoro per l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale, determinati dalla violazione dell’obbligo di sicurezza nei confronti dei propri dipendenti» e ricorda la Cassazione penale (5117/2007) laddove rileva che «l’inalazione da amianto è ritenuta di grande lesività per la salute» già in decreti regi del 1909, relativi a precedenti giurisprudenziali del 1906. dunque, non basta dire: non sapevo. Rfi dovrà pagare anche 15 mila euro di spese di lite."